Manna dal cielo: Fraxinus ornus L. tra leggende e pellegrinaggi nel basso Salento

Beata Vergine Coelimanna: questo nome è stato l’indizio che ha fatto nascere in noi il dubbio che il Santuario in provincia di Lecce, precisamente a Supersano che porta quel nome, potesse avere la denominazione “Coelimanna” non a caso.
Coelimanna letteralmente vuol dire “manna dal cielo”. Che ci fa, quindi, in Salento un Santuario dedicato alla manna quando in questi territori non si ha memoria storica della produzione di questa?
La risposta potrebbe essere suggerita dalla presenza, proprio alle spalle del Santuario settecentesco, di una cripta ancora oggi visitabile che testimonia la presenza di gruppi di monaci basiliani nei territori della Serra di Supersano dove il Santuario sorge. È noto che i monaci basiliani fossero esperti nelle scienze botaniche e officinali e spesso usavano coltivare le piante di cui necessitavano nei luoghi dove vivevano. Proprio per questo potrebbero aver introdotto la coltivazione del frassino da manna in Salento.
La coltivazione dell’orniello (Fraxinus ornus L.) è ancora praticata in Sicilia, nel Parco delle Madonie, nei comuni di Castelbuono e Pollina, le ultime due realtà italiane dove questa antichissima tradizione ancora sopravvive.
La manna è la linfa elaborata che passa nella parte più esterna del tronco e viene indotta tramite delle incisioni sulla corteccia dell’albero. Da questa la linfa scorre all’esterno e subito si cristallizza a contatto con l’aria formando dei veri e propri “cannoli”.
È molto utile nel campo dell’erboristeria perché ha innumerevoli proprietà medicamentose.
Il particolare processo di produzione della manna prevede il taglio dell’albero dopo una ventina di anni per poi lasciar crescere uno spuntone secondario dalla parte basale del tronco. Questo perché l’albero della manna è utile per la produzione di questa dagli 8 ai 20 anni.

 

 

Ad insospettire ulteriormente è la naturale associazione botanica dell’albero, questo infatti normalmente si associa con la quercia roverella (Quercus pubescens) mentre sulla Serra di Supersano è associato alla quercia spinosa (Quercus coccifera). L’associazione naturale è tipica di ambienti collinari e montuosi caratterizzati da inverni freddi e da una netta alternanza di stagioni mentre l’associazione sulla Serra non è “naturale”, sebbene il microclima del territorio sia favorevole alla crescita di questo tipo di frassino.
Di fondamentale importanza è, inoltre, ricordare la presenza in epoche ormai lontane, del Bosco Belvedere nei territori della Serra di Supersano, un bosco ricco di querce, castagni e frassini.
Questo antico ambiente è teatro, nell‘ XI secolo dell’arrivo di gruppi di monaci basiliani in fuga dalle loro terre natie. Essi scappavano dalla lotta iconoclasta che Leone III Isaurico dichiarò nel 726 d.C., infatti inizialmente cercavano ripari dove poter continuare a professare la propria fede con tutto il tipico bagaglio culturale di icone sacre. Col tempo la lotta con la chiesa d’oriente si affievolì e i monaci poterono occuparsi dei propri interessi liberamente. Molto probabilmente sfruttavano le molteplici risorse che il bosco offriva e coltivavano le piante officinali di cui necessitavano. Proprio in questo aspetto della vita dei monaci potrebbe inserirsi perfettamente la coltivazione del frassino da manna.
Purtroppo il bosco ha subito una progressiva distruzione nel corso dei secoli che ha portato alla sua scomparsa nel 1800. Quello che è oggi visibile sulla Serra è la pineta impiantata nel 1930.
Per completare l’inquadramento storico non bisogna dimenticare che sulla Serra di Supersano si conservano tratti della antica Via Leucadense, una via di pellegrinaggio che da Brindisi arrivava fino a Santa Maria di Leuca. Questa strada taglia il Salento nel centro da Nord a Sud e passa proprio sui rilievi detti Murge Salentine delle quali la Serra di Supersano fa parte.
In questo contesto quindi il Santuario di Beata Vergine Coelimanna, o meglio la cripta che è alle sue spalle, si inserisce come una vera e propria stazione di pellegrinaggio immersa nel Bosco Belvedere presso la quale i pellegrini potevano trovare riparo ed eventuali cure.
Il nostro studio, partendo dai presupposti finora esposti, è andato a integrare quello che il Professore Francesco Tarantino aveva già fatto nel 2010: egli infatti ha scoperto un esemplare di frassino da manna nei pressi della cripta.
Nel 2011, quindi, ci siamo recati sulla Serra e abbiamo riscontrato la presenza di ben 3 esemplari di Fraxinus ornus:  due di modeste dimensioni e uno un po’ più grande. Per stimarne l’età abbiamo preso come riferimento uno studio ungherese che calcolava l’età di vari frassini da manna in 4 ambienti naturali differenti tra cui c’era proprio una pineta di Pinus nigra.
Ci siamo, quindi, recati sulla Serra e abbiamo misurato la circonferenza dei fusti principali e della parte basale dell’esemplare più grande, ne abbiamo calcolato il diametro e poi abbiamo confrontato i nostri dati con quelli dello studio.
I risultati hanno dimostrato che i fusti più grandi sicuramente hanno più di 45 anni e ciò concorda con l’impianto della pineta sulla Serra (durante il quale molto probabilmente sono stati tagliati tutti gli arbusti presenti); la parte basale, invece, ha un’età di circa 135 anni e ciò dimostra che l’albero è molto più antico di quel che sembra e che quindi possa essere stato introdotto sulla Serra volontariamente.
Anche la denominazione “Coelimanna” del Santuario sostiene questa ipotesi.

Alessandra Caggese e Francesco Tarantino

Mostra dei materiali archeologici del sito di “Scorpo”


LA STORIA SVELATA DAL POZZO
La storia puo’ essere svelata da un pozzo? Si, puo’ esserlo.                                            

La storia può essere svelata da un pozzo? Sì, può esserlo. Un pozzo può raccontare pagine altrimenti segrete del nostro passato. Lo dimostra la mostra che si apre oggi presso il Musa, il Museo storico-archelogico dell’Università del Salento (inaugurazione alle 18) all’interno di Studium 2000 a Lecce. Curatori dell’espozione, il cui titolo completo è “La Storia nel Pozzo – Ambiente ed Economia di un villaggio bizantino in Terra d’Otranto”, sono i professori Paul Arthur e Girolamo Fiorentino.  È noto che il Musa (diretto da Mario Lombardo, responsabile Grazia Maria Signore), raccoglie i reperti delle ricerche dell’Università del Salento dalla preistoria al medioevo. E all’alto medioevo, all’incirca al VIII – VII secolo dopo Cristo, si riferisce l’esposizione che ripercorre oltre dieci anni di ricerca e scavi condotti dall’Istituto di Archeologia medioevale e di Paleobotanica dell’ateneo salentino in collaborazione con le Università di York e di Copenaghen in un villaggio di epoca bizantina, individuato nel 1999 in località “Scorpo” nei pressi di Supersano.  Il sito si trova ai margini delle Paludi di Sombrino e del Bosco Belvedere, il bosco più esteso del Salento, che nel medioevo copriva tutto quel territorio che da Scorrano si stende imo a Supersano, Ruffano e Torre Paduli. Si trattava però di villaggio particolare adatto ad un ambiente umido e paludoso. Si è riscontrata infatti la presenza di un tipo di capanne molto semplici, costruite con delle fosse sottostanti, con dei piani di legno di quercia, pareti di canne intrecciate e copertura di erica.  È in un pozzo che nel 2007, grazie anche al contributo finanziario del Comune di Supersano, il professor Paul Arthur e la sua équipe ha avuto modo di fare un rinvenimento eccezionale: semi di specie diverse, di uva, noccioli di pesca, di ulivo, porzioni di frutto, manufatti lignei e attrezzi, materiali ceramici, risalenti al Medioevo all’incirca ai secoli VII e VIII d.C. perfettamente conservati, in quanto depositati nella melma, al di sotto della falda acquifera che ne ha impedito la carbonizzazione.  È evidente l’importanza di questa scoperta che ha consentito lo studio del dna delle piante. Le analisi condotte infatti presso l’Istituto “Ancient Dna” di Copenaghen hanno permesso di risalire alla varietà delle viti coltivate a Supersano nel Medioevo e stabilire le modalità della produzione del vino nel Salento durante l’età bizantina.  La mostra presenterà la vita quotidiana nel villaggio e le attività produttive e il percorso sarà articolato attraverso l’esposizione di reperti archeologici e paleo vegetali, pannelli didattici e illustrativi e ricostruzioni che riproducono le capanne del villaggio e il pozzo. All’interno, grazie ad una sponsorizzazione della Nikon, vi sarà una postazione con uno stereo microscopio. Un giovane ricercatore spiegherà al pubblico come si effettua l’analisi di materiali organici antichi.  La rassegna (visitabile fino al 25 novembre) è realizzata in collaborazione con la Soprintendenza archeologica nell’ambito del progetto “Dal Salento all’Oriente mediterraneo”.

Data: 07/10/2011.   Fonte Notizia: Nicola De Paulis,  Nuovo Quotidiano di Puglia

 

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ARTICOLO ARCHEOLOGIA MEDIEVALE

ARTICOLO NUOVO QUOTIDIANO DI PUGLIA

Il belvedere era una bruna foresta

A cura del prof. Aldo De Bernart

Così la chiama, nel 1789, lo svizzero Carlo Ulisse De Salis, signore di Marschlins, nelle sue note di viaggio dal titolo Nel Regno di Napoli, alludendo al famoso Bosco Belvedere, disteso nei Comuni di Scorrano, Spongano, Muro, Ortelle, Castiglione, Miggiano, Pog-giardo, Vaste, Torrepaduli, Supersano, Montesano, Surano, Sanarica, Botrugno, San Cassiano e Nociglia.
Immenso latifondo boschivo, che al suo proprietario, il principe Gallone di Tricase, assicurava la pingue rendita di L. 42.500 e a tutti i Comuni confinanti gli usi civici. Smembrato, nel 1851, e suddiviso fra i Comuni interessati, a Supersano, dopo Scorrano e Nociglia, toccò la quota maggiore e forse la più bella, non solo per impianto e varietà di piante, ma anche per i pascoli eccellenti. «Nei pascoli sopra queste alture – scrisse il De Salis – e nella foresta di Supersano, sono allevate due razze equine appartenenti al Marchese di Martina e al Duca di Cutrofiano, le quali forniscono buonissimi cavalli da sella e da tiro. Vi sono anche degli armenti, ed assaggiai qui una nuova qualità di formaggio fatto di latte di capra, che è davvero eccellente». Famosa, un tempo, per le sue diciotto masserie, disseminate per l’intero feudo, Supersano deteneva la palma di tipici prodotti caseari, in concorrenza con quelli dell’Arneo di Nardo, mentre spiccava per la selvaggina abbondante che stanziava nel suo immenso bosco e che richiamava cacciatori da ogni parte del Salento, che pernottavano, a volte, nelle masserie, e, i nobili, nel Casino della Varna, ancora oggi esistente, in agro di Torrepaduli; è questo uno stupendo casino di caccia di impianto seicentesco, la cui mole si staglia in una brughiera odorosa di timo, solcata da un’antica carrareccia scavata nella macchia pietrosa. Situato nel cuore di Bosco Belvedere di Torrepaduli, il Casino fu, appunto, luogo d’incontro per le battute di caccia e per i conviti che le allietavano. Dimora un tempo veramente principesca, se ancora oggi conserva, malgrado i guasti, lo smalto dell’antico splendore, il Casino della Varna, che non guarda più le antiche querce del suo bosco che correvano fino a Supersano, rimane oggi l’unico testimone muto dei fasti e della bellezza selvaggia del Bosco Belvedere. Quel “bosco” che ha dato l’”aria sana” a Supersano e che ancora, nei suoi avanzi, richiama turisti sulla più bella terra del Salento, così come un tempo richiamava gli scienziati. Scrisse, infatti, il De Salis: «Supersano è un piccolo villaggio isolato, romanticamente situato tra boschi e colline, che ha servito sinora da ritiro al mio intelligente compagno». L’«intelligente compagno», al quale allude il De Salis, è il Dott. Pasquale Manni (1761-1841), da San Cesario di Lecce, fisico ed entomologo di chiara fama, che nel Bosco Belvedere di Supersano aveva raccolto vari insetti, passati poi al famoso Domenico Cirillo, che li aveva catalogati nel suo lavoro Specimen Entomologiae Napolitanae. Il Dott. Manni – scrive ancora il De Salis – «mi mostrò anche della cenere vulcanica da lui raccolta a Supersano nel 1784, dove cadde dello spessore di una mezza linea; e siccome è noto che in quell’anno lo Stromboli eruttò violentemente, niente di più facile che il vento ne abbia sospinte le ceneri fin qui. E siccome la distanza in linea retta è di 160 miglia italiane, sarebbe questa una prova indiscutibile, come gli antichi descrittori delle eruzioni dell’Etna e del Vesuvio non raccontassero fiabe, allorché dicevano di ceneri trasportate sino a 200 e 300 miglia, durante le forti eruzioni di questi vulcani». Con questa annotazione sui vulcani termina la visita del De Salis a Supersano, e nel lasciare il “piccolo villaggio”, crediamo che in quel lontano pomeriggio del 1789 abbia spinto lo sguardo, ancora una volta, sul verde cupo della “foresta”, senza dubbio una delle cose più belle che l’illustre viaggiatore d’Oltralpe abbia visto nel Basso Salento. L’Arditi, che nel 1851 aveva conosciuto in tutta la sua vastità e bellezza il Bosco Belvedere, perché ne aveva tracciato la mappa e proceduto alla divisione della terra tra il principe di Tricase e i Comuni interessati, nel 1879 scriveva: «Era questo forse nella provincia il bosco più vasto e vario per essenze arboree, ma oramai non rimangono più di arbustato e di ceduo, se non poche moggia a nord-ovest verso Supersano».
Quelle “poche moggia” che nel 1882, a distanza di 84 anni dalla visita del De Salis, il De Giorgi, visitando Supersano, vide: «E verso l’orizzonte a sinistra si profilano gli ombrelli dei pini d’Italia, che sollevan le loro chiome pittoresche sulla bruna massa delle querce di Belvedere». La “bruna massa” di querce ora non c’è più!

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